La Prima Cena


Sapendo che di Rita Cutolo aveva parlato più volte, nella cronaca di Pesaro ma anche su quella nazionale, Il Resto del Carlino, telefonai, nel maggio del 2002, alla redazione di Pesaro per chiedere come poter rintracciare un suo recapito. Avrei dovuto chiamare una signora di nome Miriam che abitava a Pesaro e da cui Rita si recava quando riceveva in città i suoi, chiamiamoli così, pazienti. Avuto il numero chiamai Miriam, presentandomi come un professore di Fisica curioso delle proprietà particolari della signora Rita Cutolo osservate in TV e desideroso, vista la vicinanza, di poter avere un incontro con lei.

Feci anche presente la mia credenza religiosa, facendo capire che questo incontro sarebbe stato importante per me sotto il duplice aspetto sia della Scienza che della Fede. Con molta gentilezza Miriam mi promise che avrebbe contattato Rita per farmi poi sapere l’esito della mia richiesta. Pensai subito che Rita non si contattava direttamente, che intorno a lei c’erano dei filtri, quelli che comunemente hanno tutte le persone importanti, e che quindi forse non era più la sprovveduta donna del sud venuta a sbarcare il lunario in quel di Pesaro, come l’avevo erroneamente giudicata quando circa 20 anni prima ne avevo avuto notizia.

Forse era diventata un personaggio importante, visto che era andata varie volte in TV, e come tutti i personaggi importanti difficile da contattare. Invece, dopo neanche mezz’ora, Miriam mi richiamò per dirmi che Rita accettava l’incontro e che anzi mi invitava a cena, invito che, con un po’ di stupore, subito accettai. Pensai allora che non fanno certo così verso un estraneo quelle persone che si sentono importanti e che sono salite in cattedra, vuoi per meriti o per fortuna, non lo fanno certamente comunque la prima volta che cerchi di conoscerli e questo distrusse il concetto sbagliato che mi ero fatto di lei troppo frettolosamente. La realtà era che le persone che le stavano vicino e le volevano bene, cercavano di proteggerla da chi aveva tentato in precedenza di sfruttarla e quindi anche di far passare una immagine sbagliata di Rita.

Non sapevo dove abitasse per cui chiesi di essere preceduto dall’auto di Miriam dato che partiva da Pesaro e avrebbe partecipato anche lei a quella cena. Passammo sotto il castello di Gradara, quello famoso per l’amore di Paolo e Francesca, e ci inerpicammo sulla collina fino a giungere ad un tratto di strada, fortunatamente molto breve, ma talmente sconnesso che sarebbe da percorrere con un trattore, ed infine ci fermammo di fronte ad un grande cancello di stile industriale. Era ormai notte e da dietro quel cancello si intravvedeva una luce messa ai piedi di una statua protetta da un involucro trasparente di plexiglass. Quando il cancello si aprì ed entrammo con le macchine, vidi che dentro l’involucro c’era una statua di padre Pio; subito pensai alla seconda meteora e mi raccomandai a lui. Posteggiata la macchina scendemmo per un tratto del giardino e prima di entrare in casa c’era un altro involucro di plexiglass, più grande, che racchiudeva un bellissimo Gesù, tutto bianco, con il suo cuore in mano, era il mio Sacro Cuore ed ebbi il presentimento che il Dio Nascosto stesse soffiando per quella strada.

Come entrai in casa, dalla parte seminterrata di una villetta occupata superiormente dalle famiglie dei figli di Rita, mi venne incontro un bambino, che seppi poi essere un nipotino di Rita e che mi salutò con un sorriso, poi alcune ragazze, poi altre persone finchè, superato l’ingresso, trovai Rita che mi dette la mano in segno di saluto guardandomi un po’ con sospetto. Il luogo dell’incontro era assolutamente diverso da come me lo ero immaginato. Dentro il mio vestito blù e con la mia cravattina, che in quell’ambiente cominciavo a sentire come un nodo scorsoio, mi sentivo un po’ a disagio. Tutti erano vestiti senza alcuna pretesa e Rita era come l’avrei sempre vista in seguito, con la sua gonna blù a pieghe e la maglietta di cotone bianca con le mezze maniche sia in estate a +40°C che in inverno a 0 °C.

Le consegnai due libri, quello sulla biografia di don Elia “Don Elia Bellebono, apostolo del Sacro Cuore per i nostri tempi” scritto da padre Carlo Colonna S.J. ed uno scritto da me “Quell’ultima partita” Ed. Jaca Book in cui avevo raccolto riflessioni di carattere filosofico e religioso suggerite dalla mia Fisica.

Mi ringraziò, ma ho subito capito che non avrebbe mai letto quei libri, a meno che non lo avesse fatto qualcun altro in vece sua. Infatti, come mi disse poi a cena, aveva solo la licenza di quinta elementare e questo perché portava sempre i fiori alla sua maestra, altrimenti non avrebbe conseguito neppure quella. Mi venne in mente la licenza della terza elementare di don Elia e tra me e me sorrisi dicendomi “qui c’è un salto culturale, dalla terza alla quinta !”, chiedo scusa per la battuta da stupido salotto culturale, ma anche questo fu un altro segno positivo.

Lo sguardo di Rita era ed è fiero e penetrante, si capisce che è dotata di una intelligenza vivacissima, con una particolare velocità di sintesi, a volte eccessiva, perché spesso le capita di non aspettare lo sviluppo del discorso, e rischia di giungere a conclusioni inizialmente approssimate ma che poi rapidamente fa convergere nel centro del concetto. Non è alta, parla poco, non si trucca, non è ambiziosa, è estremamente generosa, non si risparmia nella fatica, non è magra, mangia quasi niente e non ha mai sofferto alcuna malattia, neppure un raffreddore, per cui non ha mai assunto medicine né ha fatto mai analisi di alcun genere, Rita è un corpo speciale.

Quella sera non mi toglieva un attimo lo sguardo di dosso, e mi sembrava che mi facesse una specie di radiografia per vedere quali sorprese le riservassi, sentivo di essere sotto esame e di essere entrato in una comunità che, nel suo silenzio, si arroccava intorno a lei come in un atteggiamento di difesa, non tanto contro di me, quanto contro ciò che potevo rappresentare con la mia cultura e la mia Scienza. Rita mi presentò i suoi figli, Luca, che assomiglia in modo impressionante a padre Pio da giovane, riservato, serio e impegnato al telefono che squilla in continuazione a prendere gli appuntamenti e organizzare la giornata successiva, e Toni, dalla stazza robusta, moro e occhi azzurri, sempre simpatico e sorridente con animo gentile, capace di riflessioni teologiche e dotato di spirito poetico, sicuramente legge molto e forse leggerà anche i miei libri.

Poi mi presentò Lisa, una donna minuta e gentile, sempre taciturna, lavoratrice di casa indefessa, romana di origine. Lisa, guarita sedicenne da Rita per una gravissima malattia, l’ha seguita fin dal primo giorno quando da Roma vennero in provincia di Pesaro, con lei ha condiviso tutte le traversie, dalla povertà, al freddo e alla fame insieme al figlio Toni che, da piccolino, non aveva neppure un letto per dormire e dormiva su un giaciglio di giornali in un locale privo di riscaldamento. Infine mi ha presentato Carmen, una ragazza venuta da Napoli a seguirla che, dopo aver fatto esperienze spirituali con vari gruppi di preghiera nel mondo cattolico, solo con Rita ha trovato piena soddisfazione spirituale alle sue esigenze. Queste sono le persone che con Rita operano, questo è lo Staff del gruppo Rita Cutolo che opera tuttora contro la disperazione umana di centinaia di persone ogni giorno.

Quella sera c’erano anche altre persone, tutte guarite tramite Rita, chi da un ictus, chi dalla depressione ed ognuno desideroso di testimoniare la propria esperienza, quasi a prevenire ogni mio dubbio scientifico. Ma in quel momento non detti loro troppo peso, perché il mio primo obiettivo era Rita, che si muoveva tra la cucina e la sala da pranzo, parlottando brevemente con le sue donne in quello strano clima che nasce spontaneo a difesa di quel mondo che esiste fuori della scienza contro quello materiale che la scienza studia e domina. Poco dopo arrivarono le mogli dei figli con i nipotini che con la loro vivacità e tafferuglio smossero quella atmosfera di attesa, come c’è in certi momenti quando si aspetta il temporale, ma il temporale non ci fu. Prima di sederci a tavola Rita si segnò col segno della croce e ci invitò a recitare con lei un padrenostro, poi ci sedemmo e fu servita una cena frugale a base di piadina romagnola fatta dalla stessa Rita più prosciutto e formaggio.

Miriam, che mi aveva introdotto e che rappresentava sicuramente la colonna culturale portante del gruppo, si sedette vicino a me quasi a fare da interprete nel colloquio tra me e Rita. Vedendo lo sguardo di Rita rivolto a me a chiedere cosa volessi da lei, iniziai a parlare presentandomi come professore universitario di Fisica ma insistendo sulla mia posizione religiosa cattolica tanto da aver seguito per 15 anni un sacerdote come don Elia. Parlando, cercavo di convincerla che non venivo a rubarle nessun segreto scientifico, pur essendone interessato, ma che, proprio per la mia Fede, volevo avvicinarmi come credente scientificamente preparato ai suoi casi di guarigione per cercare di capire qualcosa in più che potesse essere utile alle persone disperate che da lei si recavano.

Per quanto riguardava poi la sua peculiarità di sostenere oggetti ero scientificamente interessato alla misura della forza da lei esercitata sugli oggetti anche se capivo che non sarei mai riuscito a comprendere da dove nascesse questa forza che non avrei comunque potuto confutare o negare. Rita disse subito che non era più disposta a sottoporsi ad esami di scienziati dato che era rimasta fortemente contrariata da come l’avevano esaminata all’Istituto di Fisica di Bologna gli scienziati del CICAP (il Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale ideato da Piero Angela per combattere truffe e raggiri che si mascherano dietro la serie fasulla di fenomeni paranormali) nel 1995.

Mi disse anche che sul sito Internet del Cicap era stato riportato il suo caso che io non avevo mai consultato ma che avrei sicuramente osservato in seguito. Mentre mi guardava mi disse che la giacca e la cravatta non erano adatte a casa sua, specie per chi veniva da lei con una motivazione religiosa. Aveva ragione, ma inutilmente le dissi che quella era la prima volta che la incontravo e volevo presentarmi nella mia veste ufficiale anche se avrei preferito venire in jeans e maglietta.
Questa sua sincerità comunque mi piacque, non aveva certo peli sulla lingua e, nella ricerca della verità, queste sono buone doti. La guardai anch’io fissa negli occhi e a bruciapelo le chiesi se per lei un clone umano, visto che prima o poi qualcuno lo farà, avrebbe avuto l’anima. La risposta non era facile ed anche quando la rivolgo a qualche sacerdote la perplessità c’è sempre. Rita invece rispose immediatamente con un SI secco. Anche io, dopo aver fatto tanti ragionamenti sull’individualità e la formazione della personalità del clone, la pensavo a quel modo, tutti ragionamenti di cui Rita non aveva avuto bisogno.

Con la piadina ed il prosciutto il clima man mano divenne più famigliare, così parlai di don Elia che Rita mi disse di essere andata a conoscere nella sua cella di Monte Giove, del mio impegno attuale con la Fondazione e della mia attività di ricerca. In quel gruppo la Scienza era considerata la nemica numero 1 e naturalmente con essa anche gli scienziati. Ne cominciai la difesa, dicendole che se si potevano capire scientificamente i motivi delle guarigioni che avvenivano da lei, si sarebbero potuti utilizzare per guarire molta più gente di quanta ne veniva guarita ora. Lei mi rispose con un cenno del dito indice rivolto al cielo dicendomi “E’ Lui che guarisce, il Padre, non io, e sui doni che Lui da non si specula.

Io non chiedo nulla per le mie applicazioni, non chiedo neppure un’offerta. Quando la gente viene da me, come le persone che sono qui e possono testimoniare, io non interferisco con le cure date dai medici, non dico di sospendere la chemioterapia ai malati di tumore, non dico di non continuare a seguire i medici che li curano, applico solo le mie mani, normalmente sulla testa, perché lì sta il centro di tutto il corpo, poi è il Padre che opera ciò che vuole per la guarigione tramite i suoi angeli che mi sono sempre vicini. Se il Padre guarisce lo fa perché questo sia un punto di riferimento per riportare a Lui ilSuo popolo che da Lui si è allontanato.

Se l’uomo avesse in mano questo potere farebbe come ha fatto finora in cui si è solo inorgoglito per la sua bravura ma non ha mai riferito il suoi successi ai doni dell’intelligenza che il Padre gli ha dato. Laddove l’uomo fallisce è il Padre che trionfa.” A questo punto si alzò da tavola e mi venne vicino sfregandosi le mani e mi disse se poteva appoggiarle sulla mia fronte. Rimasi per un attimo perplesso, poi acconsentii e le sue mani appoggiandosi sulla mia fronte emanavano un forte calore dato che io ero a circa 36°C e quella mani almeno a 42-43 °C.

Quella in sostanza era l’applicazione di Rita che sicuramente trasmette anche energia termica come lo farebbe un termoforo o una borsa di acqua calda ma che, anche se leniscono i dolori di una colica, non producono certo guarigioni. Da quel contatto comunque si produrrebbe l’effetto benefico sui malati, il come ed il perché sono ancora tutti da scoprire. Il mio interesse scientifico era comunque legato al sollevamento delle bottiglie e dei pesi, quello delle guarigioni era un argomento molto più difficile da trattare, che esula dalle mie competenze professionali e che, data la complessità dell’essere umano, anche la parascienza medica occidentale non sa in tanti casi spiegarsi quali siano le cause di una morte o di una guarigione.

Comunque, dopo quel contatto, Rita cominciò anche a sorridere, la mia disponibilità a farmi appoggiare le sue mani l’aveva sciolta, forse aveva “sentito” la sincerità delle mie parole che rompeva la coltre di sospetto e così iniziò a parlare dei suoi malati e mi indicò uno per uno i presenti ed i mali da cui si erano guariti. Mi accorsi così che la privacy sulla malattia di ciascuno era totalmente distrutta anche perché Rita dice che la malattia e la disperazione vanno condivise tra tutti coloro che soffrono e che vanno da lei, per cui tutti vengono curati insieme, in una unica stanza. Rita non va a curare nessuno in casa sua, politici, attori o industriali che siano, chi vuole il suo aiuto si deve mettere al livello di tutti gli altri e come tutti gli altri viene curato.

Soddisfatta della mia fiducia nel farmi appoggiare le mani sulla fronte, se ne è tornata al suo posto e guardandomi con un leggero sorriso mi ha chiesto gli occhiali che portavo appesi al collo. Me li sono sfilati e lei li ha presi con la mano destra, li ha appoggiati dalla parte delle lenti sul palmo aperto della mano sinistra che poi ha capovolto facendomi vedere come questi restassero attaccati alla sua mano, poi ha ripetuto la prova prendendo il contenitore di plexiglass di un CD e sostenendolo sempre con il palmo aperto della mano sinistra posta in posizione verticale, il tutto con la vivacità e la felicità di una bambina che nella sua pura ingenuità fa vedere di cosa sia capace, ma senza alcun cenno di orgoglio o superbia. Quell’atteggiamento mi intenerì, e capii quanto era fragile di fronte agli appetiti umani questa creatura, capii perché la difendevano, era un fiore puro sbocciato tra i rovi umani di un giardino abbandonato.

Quella sera ero comunque io sotto esame, tutti temevano che la Scienza si infilasse subdolamente nella loro casa per sconfessarli o criticarli come era successo con il CICAP di cui parlerò in seguito. Istintivamente, in un confronto, sono portato a parteggiare per il debole e mi rendevo conto, come ai tempi di don Elia, quanto fosse facile per mass media o scienziati di stile laicista distruggere e ridicolizzare esperimenti e guarigioni. Rita mi disse subito, quasi a capire il mio pensiero, che lei non voleva passare per un fenomeno da baraccone, come qualcuno aveva cercato di fare, perché la sua missione era quella della guarigione per la quale il Padre che sta nei cieli l’aveva inviata.

Mi disse anche che, quando in una trasmissione TV le chiesero in cosa consistesse questa sua proprietà di attrarre gli oggetti, l’Angelo di cui lei parla e che le sta sempre vicino, le suggerì di rispondere che Dio a Mosè aveva dato il bastone e a lei questo potere per essere riconosciuta. Capivo che il livello culturale del gruppo non era certo elevato, che facilmente qualcuno maleintenzionato avrebbe potuto sfruttarlo, e sentivo una spinta morale a mettere il mio bagaglio scientifico al servizio di questa persona, nel caso ne fossi stato convinto nel frequentarla in seguito. Ma allora avevo anche l’incombenza della Fondazione di don Elia per cui non avrei avuto tempo da dedicarle.

I bambini stavano andando a letto, ma si capiva che anche i grandi lo avrebbero desiderato, per cui mi alzai e dopo avere ringraziato per l’ospitalità, me ne andai, dicendo che se avesse ripensato ad un mio controllo scientifico mi telefonasse. Uscii nell’aria frizzante di una notte di maggio e salutai il Sacro Cuore e padre Pio, con non pochi pensieri in testa, c’erano molte stelle sul blu cupo della notte, e una folata leggera mi accarezzò

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