«Ti vedo, tu sei scettico...»

A colloquio con Rita Cutolo

Intervista di Vincenzo Varagona

Quando un’intervista comincia non con una domanda del giornalista, ma con la perentoria affermazione dell’intervistata, il giornalista si rende subito conto che il caso non sarà semplice. In assoluto i casi semplici non esistono, ma nel caso di Rita le difficoltà crescono in modo esponenziale.
Credo che Rita non ami i giornalisti, perché da alcuni di loro si è sentita ferita, a volte di proposito.
Seguire Rita è ancora più complicato. Nella sua semplicità assoluta Rita è una donna che riesce a fare contemporanea- mente molte cose: trattare, innanzitutto, poi pregare, pensare agli altri, a chi ha bisogno, spostarsi con la sola forza del pensiero, attraverso la bilocazione, e poi ancora pensare a quel che deve fare, oggi, domani e poi ancora domani, sempre, però, per chi ha bisogno.
La sua “missione” è troppo importante per perdere tempo. E nonostante da lei passi tanta gente e lei abbia poco tempo, si rammarica di non poter fare ancora di più.
Intercettarla, quindi, specie se pende la spada di Damocle dello scetticismo, non è agevole. Il bello di questa donna, tuttavia, è che si apre, proprio per dominare lo scetticismo altrui, e finisce per rispondere, prevenendo le stesse domande. Così comincia a raccontarsi, cominciando dal nome del papà, che diventerà paradigma della sua vita…
«Mio padre si chiamava Angelo, era napoletano. Mia madre, abruzzese, Dora. Avevano lui 20 anni, lei 17 quando si sono conosciuti. Erano sfollati per la guerra. Si sono incontrati a Roma: nella piazza che prende il nome della chiesa della Santa Croce di Gerusalemme, c’era una grande caserma, oggi diventata museo. Io sono nata in ospedale e vivevo in quella caserma, che era stata trasformata in campo profughi, l’11 ottobre 1948. E sono stata battezzata nello stesso giorno del matrimonio dei miei genitori.»

Perché le è stato dato il nome di Rita?

«Anche questo è un piccolo mistero. L’idea è stata di una suora che mamma ha incontrato in ospedale. Si chiamava suor Aurelia. Da noi c’era l’abitudine di mettere ai bimbi i nomi dei nonni, lei però propose a mamma il nome di Rita e devo dire che i miei furono contenti di questa proposta. Mia madre le chiese il motivo di questo nome e lei rispose: “Vedo questa culla illuminata, sento che questa bambina avrà una missione da compiere su questa terra”. È una cosa che mi è rimasta impressa, anche perché ero affezionata alle suore, al convento, dove trovavo quella serenità che altrove mi mancava.»

E il mistero?

«Il mistero è che di quella suora non abbiamo saputo più nulla… Mamma l’ha vista, ci ha parlato, poi se n’è persa ogni traccia. L’abbiamo cercata, ci hanno risposto che non esisteva nessuna suor Aurelia, e in ospedale non c’erano mai state suore. Un bel mistero. Mamma non se l’era certo inventata…»

Com’è finita poi ad Acilia?

«Dovevano chiudere la caserma che ci accoglieva e ci hanno assegnato alcune case popolari. A mamma e alle zie fu assegnato un gruppo di alloggi in un villaggio di Acilia.»

Come è stata la sua infanzia? Come si è accorta di avere queste capacità?

«È stata un’infanzia normale di una bambina nata subito dopo la guerra in una famiglia povera. I miei non avevano molto tempo per starci dietro. Io fin da piccola ho sentito il desiderio di pregare e fare qualcosa per i più bisognosi. Stavo molto tempo con il mio nonno paterno, Vincenzo, di origini napoletane, che stava a Fiumicino. Gli somiglio molto, gente di poche parole. Vedevo la gente andare da lui a curarsi. Ricordo che mio nonno metteva un bicchiere sulla parte malata della persona e pregava. Il bicchiere affondava nella pelle e poi tornava in superficie. E la gente guariva. E tornava. E veniva altra gente. Allora, però, parlo di tanti anni fa, non se ne poteva parlare. Lui comunque se n’è andato quando io avevo 14 anni.»

Però ha cominciato a farlo anche lei…

«Ho cominciato, da bambina, con le bambole. Non avevamo giocattoli e allora me li inventavo. Andavo a frugare nei bidoni per cercare bambole rotte buttate via. Le portavo a casa, le mettevo a letto dopo averle “sistemate” con cerotti e fasce di pezza.»

Aveva già questa missione nel sangue…

«Sì, e guai a chi me le toccava. Ero molto legata a quelle bambole.»

Le è mancato affetto in famiglia?

«Non c’era tempo per queste cose. E quando, in occasione delle feste “comandate” come Natale e Pasqua era tempo di baci, per me era una vera e propria sofferenza. »

Tutta energia che poi si è concentrata nelle mani. Come ha scoperto di averla?

«Ho cominciato prevedendo cose, in genere spiacevoli, che sarebbero avvenute. Inizialmente i miei non ci facevano caso, poi cominciarono a dirmi di stare zitta, che portavo sfortuna. Un giorno però mio fratello Enzo, che aveva sei anni, si ammalò di broncopolmonite. Si era aggravato a tal punto che il dottore aveva detto che non c’era più niente da fare. Io però dicevo che non era così: “Non è vero, Enzo non morirà…”. Mi avvicinai al letto e lo fissai a lungo in vi- so. Fu così che, improvvisamente, si rianimò e si riprese. Le prime parole furono: “Mamma, ho la bua al piedino…”. Sì, perché per rianimarlo gli avevano messo ai piedi una borsa dell’acqua bollente. Riuscì comunque a guarire. È stato il primo episodio importante.»

Come reagirono a casa?

«Grande stupore, grande gioia, poche parole.»

Poi? Cosa avvenne?

«A 18 anni mi sono sposata, con Raffaele Mugnolo. Era l’11 dicembre del 1966. Nonostante le condizioni modeste i miei genitori fecero il possibile per garantirmi un matrimonio normale. Dopo nove mesi è nato Gianluca, l’8 settembre 1967 e dopo due anni e mezzo il secondo, Antonio, il 22 aprile 1971. Non è stato un matrimonio felice. I miei volevano sistemarmi ma le cose non sono andate come dovevano.»

Intanto però si ripetevano le manifestazioni di questo carisma…

«Un giorno cadde olio bollente sul piede di mia zia. Ne venne fuori una brutta piaga. Mi venne da metterci sopra le mie mani e il secondo giorno, incredibilmente, la piaga si era già asciugata. In breve tempo avvennero fatti spiacevoli. Mi sono ammalata di calcoli alla colecisti e mia zia Anna, con cui avevo un rapporto particolarmente stretto, è stata la per- sona a me più vicina. Poi si è ammalato papà, di un tumore cerebrale che lo ha portato alla morte. Quando andavo a trovarlo in ospedale, c’era un bambino ricoverato che mi chiedeva sempre di dargli un bacino sulla fronte. Un giorno gli chiesi perché, rispose: “Quando sento il tuo bacio mi pas- sa il mal di testa…”. Nel frattempo mi avevano scoperto una cisti al seno. Prima il lutto di mio padre, poi questo problema, mi avevano portato a temere di fare una brutta fine. In quel momento è arrivato un segnale che ha cambiato la mia vita.»

Cosa è successo?

«Premetto che a sedici anni con alcuni amici di Roma ero andata a San Giovanni Rotondo a conoscere Padre Pio. Per incontrarlo, come sempre, c’era una lunga coda. Quando sono arrivata da lui mi ha detto: “Quagliò ricordati, tu un giorno guarirai tanta gente dai tumori, ma non tutti…”.
Da parte mia pensai: “Questo è fuori…” e stavo scappando via… ma prima di allontanarmi mi diede un libretto di preghiere. Dentro c’era una preghiera di San Michele Arcangelo, un segno, perché poi mi è apparso in visione.»

Si spieghi meglio.

«Ero andata a dormire, in sogno ho visto una spiaggia. Poi è arrivata una grande onda. Pensavo mi dovesse inghiottire, invece è apparsa questa grande figura, vestita da guerriero, con l’elmetto, la corazza d’acciaio, i calzari e lo scudo.
Era San Michele Arcangelo.»

Cosa le disse?

«Di mettere una mano sulla parte malata. La mattina, quando mi svegliai, pensavo solo a un sogno. Mi dissi, tuttavia, che non costava niente accogliere il suggerimento. Così misi la mano sul seno, dove avevo la cisti, che mi faceva male. Avvertii un gran calore e improvvisamente il dolore scomparve e con il dolore anche la cisti.»

E il magnetismo?

«Fin da piccola mi accorgevo che toccando con le mani le monetine sul tavolo, queste rimanevano attaccate… Non ci avevo fatto eccessivamente caso. Poi, con il tempo, ho acquisito consapevolezza che non era una cosa normale. In seguito, partecipando a convegni di psicologia, mi sono resa conto che il fenomeno era più diffuso di quel che pensassi e tornata a casa ho provato anche io a tirare su oggetti pesanti e ho visto che ci riuscivo.»

Si è rafforzato il suo carisma…

«Ho cominciato in famiglia, curando mamma e le sue amiche, e vedevo i risultati. Con il tempo poi è cresciuta, oltre al “dono”, la capacità di trasmettere energia, e anche la capacità di capire la persona trattata, entrare psicologicamente nella persona, soprattutto nella sua anima, una cosa importante tanto quanto l’energia trasmessa.»

Da allora è passato tanto tempo. La sua attività coinvolge anche altre persone. Come è successo?

«Io ho deciso di dedicare la mia vita a questa missione. All’inizio pensavo di farmi suora, poi ho capito che avevo un compito diverso, che mi ponesse maggiormente a contatto con le persone. Questa missione ha coinvolto i miei figli, prima Gianluca, poi Antonio. Fin da quando mi trovavo a Roma ho incontrato e conosciuto tanta gente. Alcune di queste persone, che mi hanno cercato perché non stavano bene, hanno deciso di rimanere con me e unirsi a questa missione, come Lisa e Carmen.»

Come è arrivata da Roma nelle Marche?

«A metà degli anni ’90 sono venuta a Terni a trattare una ragazza che stava molto male. Era ricoverata in ospedale e non poteva muoversi. In tre giorni è guarita. Quando ero a Terni mi è stata offerta la possibilità di passare qualche giorno di vacanza a San Marino, presso amici di Lisa, disposti a ospitarci. In pochi giorni è venuta tanta gente, così da convincerci a restare.»

Quanto siete rimasti?

«Circa quattro mesi, perché più di tanto i non residenti non potevano trattenersi. Allora abbiamo dovuto lasciare il territorio della Repubblica di San Marino e un signore che trattavamo ci ha messo a disposizione una casa a Piandimeleto. Era chiusa da anni. Ma non voleva niente in cambio. È stato un periodo durissimo ma anche bello. Non avevamo praticamente niente e per i trattamenti non prendevamo niente. Mangiavamo patate, perché lì ne era stata lasciata una gran quantità, lavoravamo tutti i giorni, comprese le domeniche e tutti i festivi. Non ci permettevamo niente. Ricordo che un giorno, per permetterci un attimo di svago, dovemmo fuggire dalla finestra. C’era sempre tanta gente…»

Quanto tempo siete state a Piandimeleto?

«Alcuni mesi, sei o sette. Poi ci diedero una casa prefabbricata, a Monte Grimano, sulla strada verso Carpegna, dove siamo state un anno. Erano vecchi casolari, messi malissimo, proprio perché non costavano nulla e i proprietari erano con- tenti di darceli perché almeno li tenevamo aperti. Ricordo che ci lavavamo con acqua fredda e l’innaffiatoio sostituiva la cipolla della doccia.»

Tempi durissimi…

«Riuscivamo a prenderla come un divertimento, un’esperienza di vita gioiosa e aiuto disinteressato verso il prossimo. Le uniche entrate erano costituite da una cifra modesta che ci mandava mio marito, ci bastava a mala pena per la benzina necessaria ad andare a visitare pazienti che non potevano venire da noi. E quando cominciammo ad accettare offerte, erano veramente minime.»

Quanto tempo è durata questa vita?

«Quattordici anni. Per tutto questo tempo abbiamo lavorato senza accettare offerte e facendo la fame. Poi un giorno abbiamo preso una multa, perché la nostra auto non aveva il bollo. Allora è stata la gente a costringerci ad accettare piccole somme per pagare la multa e altre cose in sospeso.»

Vivevate dove facevate i trattamenti?

«Non potevamo fare altrimenti. Cambiavamo le lenzuola e ci stendevamo dove prima erano stesi i pazienti. Mai una malattia, né un raffreddore, anche se eravamo senza riscaldamento. Non abbiamo mai avuto bisogno del medico.»

Quando è arrivato Luca?

«Aveva 13 anni. Ha finito la terza media a Roma e ci ha raggiunto. Tony invece aveva solo la prima elementare, poi ha fatto un po’ di scuola a Riccione, ma ha studiato da privatista, grazie ad alcune insegnanti che conoscevamo e poi ha preso il diploma privatamente. Non avevamo tempo per lo studio. Trattavamo pazienti dall’alba a notte inoltrata. Nel 1982 ci spostammo a Misano Adriatico e ci rimanemmo per cinque anni, fin quando ci aiutarono ad avere una casa tutta nostra, a Colombarone.»

Un ricordo di Misano?

«La figlia della padrona di casa, Barbara, era rimasta vittima di un incidente stradale. Non camminava più. Le cure mediche si erano rivelate inutili. Con le applicazioni la ragazza era poi riuscita a recuperare molti movimenti. Veniva tanta gente, a tutte le ore del giorno ma anche della notte. Dormivamo pochissimo. I movimenti notturni una volta hanno attirato anche i carabinieri. Sono arrivati armati, temendo non so quale traffico. Quando hanno visto cosa facevamo, hanno chiesto scusa e se ne sono andati. Una volta ho dovuto soccorrere anche il padrone di casa, Selvino. Durante un lavoro era caduto pesantemente battendo il ginocchio. Voleva andare in ospedale ma la moglie lo costrinse a ricorrere a me. Le prime applicazioni gli sgonfiarono il ginocchio, poi lui pensò di essere guarito e sospese il trattamento. Invece dovette riprenderlo, fino a guarigione completa. Un’altra volta lo avvertii che l’impalcatura alla quale lavorava aveva un punto debole. Non ci credeva, ma andò a verificare e avevo ragione. Quei tubi sarebbero crollati. Ma queste sono piccole cose a fronte dei casi di tumori, gravissime malattie che mi sono passate sotto gli occhi.»

Torniamo a Luca. Come ha cominciato a operare anche lui?

«Finita la scuola, faceva il servizio militare. Era in aeronautica, la sua base era a Rimini. Lui sentiva già di avere caratteristiche particolari nelle mani, io lo stimolavo a seguirmi, all’inizio lui temeva di non essere all’altezza. Poi ha cominciato.»

Non trova complicato spiegare alla gente come queste persone arrivino ad avere il suo stesso carisma?

«Io capisco ma non mi pongo tanti problemi. Non ho neanche il tempo per pormeli. Io so di avere questa energia, la ricevo dal Signore per distribuirla. Vivere in questo modo non è semplice. Richiede dedizione assoluta, sacrificio. Per quattro giorni alla settimana siamo qui dalle 6.40 del mattino, e non terminiamo fin quando la gente arrivata da ogni parte non ha avuto l’applicazione. È tutto nelle mani del Signore, che può tranquillamente decidere, un giorno, di privarmi di questo dono.»

Quindi lei dice che questa energia le è donata anche per trasmetterla alle persone a lei vicine?

«Io penso che se qualcuno o qualcuna avesse il desiderio di condividere con me questa missione probabilmente riuscirebbe a fare le stesse cose che fanno Tony, Carmen, Lisa. Ma guardi che non è facile. Occorre una dedizione straordinaria e tanta fede. Occorre anche la capacità di vivere in una comunità.»

Voi state tutti insieme…

«Sì, appunto. Ci siamo anche dovuti organizzare, perché siamo una grande famiglia, che con l’arrivo dei nipoti si è ingrandita. Gestire questa comunità ha i suoi problemi, anche perché viviamo solo di questo, quindi abbiamo dovuto organizzarci anche negli aspetti giuridici e del lavoro. Anche perché tanta gente ci vuole bene, ma non tutti ci vogliono bene…»

Cosa intende dire?

«Molti non capiscono quel che succede qua dentro. Non si limitano tuttavia a rispettare e accettare, ma creano polemiche ed è successo anche che si siano rivolti alla magistratura. È successo alcuni anni fa in Umbria, e prima ancora c’era stata la vicenda di Striscia la notizia

Tutte queste cose non sono state prive di conseguenze?

«Tutte queste cose avevano come obiettivo farmi smettere, ma siamo ancora qua…»

Lei attribuisce spesso questi episodi all’eterna lotta fra il bene e il male…

«Sì, certo. Il Signore concretizza i suoi progetti attraverso le persone che accettano di dedicarsi a lui. Così si sta servendo di me per aiutare le persone in difficoltà. Il dono che mi è stato dato è molto potente.»

Anche Luca è stato un grande dono…

«È una sofferenza dalla quale non mi sono ripresa. C’è chi ha protetto Luca nella sua caduta. C’è chi ha impedito che Luca arrivasse subito a Pesaro o Ancona, dove è arrivato dopo troppe ore. C’è chi mi ha impedito di assistere Luca nel dolore e nella sofferenza. Ma non voglio più parlare di questa storia.»

Però sono storie che hanno lasciato il segno. Ha mai avuto la tentazione di smettere?

«È umano avere questa tentazione quando il dolore è troppo forte. È però evidente che questa missione è troppo importante, trascende lo stesso dolore. Quello che avviene qui non si spiega altrimenti se non con un segno del Signore, la sua volontà di incontrare, anche guarendole, le sofferenze degli uomini.»

Qual è il suo rapporto con la Chiesa?

«In quanto credente faccio parte della Chiesa e sono a disposizione per quanto possa essere utile. Mi piacerebbe che la chiesa valorizzasse di più questa esperienza.»

Lei è consapevole della prudenza con cui la Chiesa tratta questi argomenti. Ci sono esempi illustri…

«Sì, lo so. Ho avuto apprezzamenti per l’attività che si svolge nel centro, in cui si prega. Anche i trattamenti, fatti nel nome del Signore, sono preghiera. Tanta gente ha incontrato il Signore attraverso questa esperienza. La mia sola preoccupazione, nel vedere tanto dolore, tanta sofferenza nel mondo, è offrire a quanta più gente possibile l’opportunità di guarigione o comunque di stare meglio.»

Lei ha avuto il privilegio di essere stata ricevuta da tutti gli ultimi pontefici…

«Sono state esperienze straordinarie, e sono la conferma che in questo posto succedono cose importanti. L’incontro con Giovanni Paolo II e con Papa Francesco sono la testimonianza più bella che possa venire dalla chiesa. Dal loro incontro è venuto fuori tutto l’affetto della chiesa. Pensi che non conosco nessuno cui è capitato di essere ricevuto da un papa (Bergoglio) due volte nel giro di poche settimane.»

Perché due volte?

«È una cosa che appartiene a un progetto superiore. So solo che lo stresso segretario del Papa quando mi ha visto ha sgranato gli occhi, come se non lo sapesse e si stupisse anche lui di questa doppia visita. Forse il Papa aveva bisogno di questo contatto. Dice continuamente di pregare per lui. È una conferma che questa è una missione ed è preghiera.»

Rita, glielo chiede tanta gente: perché non tutti guariscono?

«Bisogna intendersi sulla parola guarigione. Spesso qui arrivano persone davvero in fin di vita. La percentuale di guarigioni cliniche è molto alta, ma bisogna vedere in quali condizioni arrivano i pazienti. Se però consideriamo un altro tipo di guarigione, quella spirituale, quella della serenità d’animo, penso si possa dire davvero che guariscano tutti… non lo dico io, lo dice la gente che viene, che sta bene, che torna, che restituisce a piene mani l’amore e l’affetto che respirano qua dentro.»

Rita, lei dice spesso che se ne vuole andare da Tavullia, continuando una peregrinazione che ormai dura da decenni. Ci dice come e perché ci è arrivata?

«Cercavo un posto in cui ci fossero acqua, una chiesa e una croce. L’ho trovato. Trovandolo ho scoperto una storia interessante. In questa valle c’è un laghetto di pesca sportiva che richiama la presenza dell’acqua che cercavo. C’è all’orizzonte anche una croce che ha una storia importante. Si trovava accanto a una chiesa che oggi non c’è più, abbattuta per fare posto a un casolare. I contadini del posto se la ricordano. Questa croce era stata tolta. Ma, raccontano sempre i contadini dei terreni vicini, da quando la croce era stata tolta il raccolto non era più lo stesso. Così a gran voce hanno chiesto che fosse rimessa. Ed è ancora qui.»

Ogni tanto però le viene voglia di cambiare…

«Cambiare luogo può essere un disagio logistico, ma è anche un modo per rinnovarsi. Io sono convinta di poter dare molto di più, rispetto a quello che sto facendo oggi, e forse anche il luogo può fare la differenza. D’altra parte la mia presenza è richiesta un po’ ovunque: ho praticato in tanti posti, anche in Sardegna, in Francia, per citare i posti più lontani. Ho girato tutt’Italia. Ho tante proposte che mi consentirebbero di stabilirmi in luoghi dove forse potrei svolgere meglio la mia missione. Ma anche per questo mi affido al Signore.»

Chi la vede rimane stupito di come regga a trattare i pazienti dalle 7 della mattina fino, a volte, alle 15 o alle 16…

«In passato gli incontri con le persone duravano anche di più, spesso dormivamo pochissimo durante la notte per riuscire ad aiutare tutti quelli che venivano. Un tè, un caffè, possono bastare per andare avanti tante e tante ore.»

Perché tratta principalmente la testa?

«La testa dirige e domina tutto il corpo, tutto l’organismo. Trattando la testa, ne trae beneficio tutto l’organismo. Ci sono casi in cui io “sento” il dolore, la sofferenza, prima ancora che mi venga comunicato. In questi casi agisco di conseguenza. L’energia, poi, cammina, si irradia in tutto il corpo. Agendo sulla testa, sulla schiena, è possibile intervenire direttamente su problemi localizzati in altre parti del corpo, fino ai piedi.»

Ci parla degli Angeli?

«Gli Angeli sono il segno dell’Amore di Dio. Si presentano come forme di luce, non hanno né ali, né un corpo. Li sento mentre tratto le persone, ma ne avverto la presenza continuamente. Sono sempre affiancata dagli Angeli. In qualche modo li sentono anche i pazienti. Non è un caso i pazienti dopo i trattamenti testimoniano di avvertire un senso di Letizia qui dentro. È la loro presenza che crea questo clima.»

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